• lunedì , 26 giugno 2017

La rabbia: l’alleata fuori controllo

Sono le sei di sera e, come la maggior parte delle sere che si rispettino, arriva quello che io chiamo “il momento calo di zuccheri”. Le bambine solitamente si trasformano in piccole scimmiette urlatrici: Aurora è stanca e si lamenta, vuole le coccole e mi chiede di essere presa in braccio, Arianna mi insegue per tutta casa implorando il latte di mamma ed io, con le due meraviglie urlanti al seguito, dovrei riuscire a far da mangiare. Come fare? Pensate che poche sere fa, durante uno di questi entusiasmanti momenti, Aurora ha fatto la pipí nelle mutandine e Arianna, dopo pochi minuti, ha riempito completamente il patello di cacca da non saper dove iniziare a mettere le mani per cambiarla. Tutto questo accadeva mentre il risotto per Aurora si attaccava alla padella sul fuoco!
Ed ecco che in questi casi, stanca dopo una giornata di lavoro, una notte passata a dormire a salti e con la casa che a guardarla sembra passato uno tzunami, arriva la mia amica fuori controllo a dirmi: “Dai su adesso sbotta! Almeno ti liberi e non ci pensi più”.

Un’amica… è proprio cosí. Quella rabbia che non riusciamo a contenere quando i nostri figli ci portano all’esasperazione dobbiamo considerarla un’alleata, una preziosa alleata!! Dobbiamo salutarla appena giunge e non lasciare che ci sommerga. Ma come fare? Ho sperimentato un trucco infallibile suggeritomi da alcuni esercizi provenienti dalla programmazione neurolinguistica che mi sono stati utili anche in altre situazioni.
Ho iniziato a prestare attenzione alle sensazioni fisiche che la rabbia mi procurava. Io la sento come un formicolio che parte dalle mani e sale lungo le braccia e il collo, arrivando fino alla testa. Ho immaginato la mia rabbia di colore rosso e ho provato ad associarle un movimento che, nel mio caso, è simile alla rotazione di un mulinello in senso orario: più il mulinello gira, più la rabbia cresce. Quindi tutte le volte che sento salire il formicolio rosso alla testa, porto la mia attenzione all’interno del mio corpo e lascio andare un secondo quello che sta accadendo fuori di me, lascio andare ciò che ha provocato il moto d’ira.
Immagino di far girare il mio mulinello in senso antiorario portandosi via, all’interno del suo movimento, la rabbia che piano piano scende dalla testa alle braccia ed esce dalla punta delle mie dita, colorandosi di azzurro.
Facilissimo spiegarlo a parole, un pó meno metterlo in pratica, soprattutto quando di fronte a noi l’amato pargolo urla e si dimena in un melodramma degno di un palcoscenico, ma vi posso assicurare che funziona sempre meglio con l’allenamento: vengo da una famiglia di nervosi ed irrequieti cronici e voglio essere onesta, si fa fatica ma i risultati sono sorprendenti!!

Facendo questo esercizio costantemente mi sono resa conto che, nell’istante in cui portavo l’attenzione dentro di me, a quello che stavo provando, potevo instaurare un vero e proprio dialogo con me stessa.
E ho iniziato a chiedermi: perché ti arrabbi tanto? Perché ci sono momenti in cui non riesci proprio a digerire un comportamento di tua figlia, mentre in altri casi invece non fai una piega? Come ti senti? Cosa ti innervosisce veramente?
mamma-disordineImmagine tratta dal sito www.ladonnaimperfetta.wordpress.com

Parlo di apparenza perchè la rabbia è solo la punta, l’apice di una montagna sotto la quale si trovano altre emozioni, le emozioni primarie, che quel dato capriccio, in quel dato momento hanno suscitato in voi.
Quindi potremmo trovarci di fronte alla vergogna per il fatto che il nostro bimbo sta urlando, picchiandosi i pugni in testa, in mezzo ad un bar o alla frustrazione per il fatto di non riuscire a farci ascoltare in modo efficace o addirittura ad un nostro personale conflitto irrisolto: ci sono persone che non sopportano alcuni carichi emozionali, riflessi nel comportamento di un figlio, perché risvegliano ferite irrisolte sepolte nell’inconscio.
E di questo ho fatto personale esperienza a riguardo.
Molto poi dipende anche dal nostro stato d’animo; potremmo essere già molto stanchi e sotto pressione dopo una lunga giornata o settimana di lavoro: i ritmi della vita oggi sono sempre più frenetici e questo bel sistema in cui siamo incastrati non ci aiuta, riempendoci la testa ogni giorno di inutili e macchinose preoccupazioni.

Ma torniamo al nostro dialogo.
Quando riusciamo a prendere contatto con noi stessi e con l’emozione che si tende sotto la rabbia, chiedendoci di essere riconosciuta, liberiamo la testa e, andando oltre i nostri pensieri, potremmo anche trovare qualche abile e creativa soluzione per far ragionare il nostro bambino.
Io per esempio ho imparato a gestire il “momento calo di zuccheri” infilando Arianna in fascia e tenendo occupata Aurora in cucina tagliando verdure o facendola giocare con acqua, pentolini e travasi vari.
Certamente i tempi si dilatano ma preferisco di gran lunga la conseguenza di questa soluzione alle urla e ai pianti che si genererebbero altrimenti.

Sapete, esiste un equivoco di fondo: siamo portati a pensare che i capricci dei nostri figli vadano quietati istantaneamente ma non ci chiediamo altrettanto spesso che significato abbiano.
Gelosia. Chiedetevi se non siete mai stati gelosi di qualcosa o di qualcuno?
Bisogno di attenzione. Avete mai avuto bisogno di sentirvi riconosciuti?
Nervosismo. Non mi dite che almeno una volta al giorno non vi trovate in questa condizione.
Vergogna. Imbarazzo. Preoccupazione…
La differenza è che noi dovremmo già saper gestire questi stati emotivi mentre i nostri figli vanno guidati a farlo: il che sottintende quell’intelligenza emotiva molto spesso data per scontata in un adulto.
Non possiamo pensare di delegare la crescita dei nostri figli solo a medici, psicologi, psicomotricisti e chi ne ha più ne metta, impariamo a guardarci dentro, perché molto spesso i disagi dei nostri bambini mancano di un filtro comunicativo solido alle fondamenta.
Non intendo farvi una seduta psicologica, sono una mamma che parla della sua esperienza e che vuole condividere quello che l’ha aiutata a gestire meglio alcune situazioni di panico e sconforto.
Ormai sapete che il lavoro che faccio ogni giorno su di me è costante.
Il mio motto ormai è diventato: “prima di trovare quello che va corretto nelle tue figlie, correggi te stessa.”
I bambini imparano dal nostro esempio. Che tipo di adulto vogliamo che diventi nostro figlio?
Se picchiamo per farci ascoltare, i nostri figli impareranno che nella vita la violenza è lecita, se urliamo diventeranno degli urlatori, se cerchiamo di ingannarli faranno lo stesso da adulti con le persone che avranno a che fare con loro, cercando di circuirle.
Andando a fondo dentro noi stessi, per trovare le ragioni che scatenano la rabbia, saremo in grado di esprimere ai nostri figli quello che realmente proviamo e di star loro accanto, dimostrandogli il nostro amore incondizionato, anche quando urlano e si disperano per motivi che ai nostri occhi sembrano banali.
È importantissimo che i nostri bambini conoscano i nomi delle emozioni per crescere consapevoli di quello che sentono, senza vergogna o inibizione.
Le emozioni vanno riconosciute e vissute, se cerchiamo di sminuirle o nasconderle insegneremo ai nostri figli che non è bene mostrare quello che si prova, quando invece sarebbe solo necessario trovare il modo giusto di comunicarlo.
Troviamo delle soluzioni insieme e abbassiamoci sempre a parlare con loro occhi negli occhi: i bambini capiscono quando un dialogo è autentico.
Sapete cosa fa Aurora quando perdo la pazienza e alzo la voce? Ride…

Pochi giorni fa, parlando con Marco (mio marito per chi non lo sapesse), dicevo che mi sento spesso come se dentro di me vivessero due me stessa: “la vecchia me” e “la nuova me”. Quella vecchia si lascia trasportare dai gesti automatici e lascia che le emozioni la travolgano, quella nuova si osserva da fuori, vede l’emozione che arriva, l’accoglie e la lascia andare.
Ma il momento in cui riconosco l’emozione e capisco quello che mi vuole dire è impagabile, perché è un processo che ogni giorno riesce a dirmi qualcosa in più su me stessa.
La consapevolezza di quello che si muove e di come si muove dentro di noi è già un enorme passo verso un nuovo modo di vedere sé stessi in rapporto a quel che ci accade nella vita.

Vi devo fare una confidenza: un giorno di alcuni anni fa ho espresso il desiderio di diventare una persona mite e da quel giorno ho fatto notevoli passi avanti. Ricordo che mio padre, quando eravamo piccoli, per richiamare l’ordine alzava la voce molto forte e questo certamente ha influenzato quella che sono oggi, o che ero fino a qualche anno fa, finchè non mi sono resa conto che facevo la stessa cosa con Aurora per farmi ascoltare. Gli eventi hanno poi preso la giusta piega per far sí che quella ricerca di mitezza entrasse nella mia vita attraverso una più attenta riflessione sul mio valore come donna e come mamma, con la perdita di tutti quei bagagli troppo pesanti che ha reso il mio cammino di gran lunga più leggero e poi ancora con l’attenzione all’attimo presente, che ogni giorno bussa alla mia porta chiedendomi di respirare, di pensare, di ascoltare il mio corpo e di osservare le mie emozioni chiamandole con il loro vero nome.
Trovare la calma essere cosciente in ogni istante di chi sono, anche andando oltre tutte le imposizioni assurde di questa società, che ci porta così lontani dal contatto con la naturalezza del nostro essere, è un lavoro che mi permette di sperimentare me stessa sotto nuove forme, per dimostrare che non sono quella personalità che mi è stata cucita addosso.
Quante volte avrete sentito dire dalle persone una frase del tipo:”Sono fatto cosí,questo è il mio modo di essere.” E invece non si tratta affatto di questo: la personalità non è innata, come il temperamento, ma è la somma di tutti i tratti che un individuo assorbe inconsciamente, in special modo durante la prima infanzia, in funzione dell’ambiente in cui vive e degli stimoli che riceve.
bimba che dipingeImmagine tratta dal sito www.robadadonne.it

Il regalo più bello che possiamo fare ai nostri figli è di essere autentici ogni giorno, in modo che possano esserlo a loro volta, liberi e veri per quel che sentono di essere veramente e non per quello che gli viene chiesto di essere.

Ma se la rabbia dovesse sopraffarci? Se la nostra alleata perde il controllo che si fa?
Una volta ripreso il controllo, si fa un bel respiro, si entra in contatto con le nostre emozioni, ci si inginocchia di fronte al nostro bimbo e gli si chiede scusa, spiegando cosa è capitato alla mamma o al papà: anche questo è un modo per restare autentici ai loro occhi.

E il senso di colpa? Il nemico che si nutre dei nostri pensieri di fallimento ed inadeguatezza quando siamo coscienti di aver esagerato?
Presto tornerò a parlarvi anche di questo: intanto ricordate che non esistono genitori perfetti, esistono genitori efficaci.

Vi lascio con la frase dell’introduzione di un libro che ho letteralmente divorato e che consiglio vivamente ad ognuno di voi.

“Quali genitori sono veramente efficaci? Certamente quelli che antepongono il valore della persona a qualunque altro e s’impegnano nel promuovere lo sviluppo del potenziale creativo dei loro figli; quelli che incoraggiano l’espressione sincera ed immediata dei pensieri e dei sentimenti, quelli per cui l’ascolto empatico è più importante della preoccupazione di insegnare cosa è giusto e cosa è sbagliato, quelli che offrono più l’opportunità di apprendere dall’esperienza che un sapere già preconfezionato, quelli per cui l’essere è più importante dell’apparire e dell’avere, quelli per cui la bontà e l’onestà sono più apprezzate del successo e del potere.”
Vincenzo Graziani
Introduzione all’edizione italiana “Genitori Efficaci” di Thomas Gordon

Quindi ridete, cantate siate leggeri: keep calm and think different!! ; )

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